Non partecipo più al gioco del mondo. Discorso intorno a “Perfect Days”

 In RECENSIONI

La maggior parte delle persone ha fatto diventare Perfect Days, l’ultimo film di Wim Wenders, un inno alla consapevolezza, alla mindfulness, allo zen, e chi più ne ha più ne metta. E un po’ lo è, per carità, ma credere che sia soltanto questo è riduttivo. Non volevo nemmeno scriverle queste poche righe, ma all’ennesimo post sul “vivere qui e ora” riferito a Perfect Days, non c’ho visto più.

Hirayama (Kōji Yakusho, vincitore del premio come miglior attore a Cannes nel 2023) è un addetto alle pulizie che tutti i giorni lava i già lucenti bagni pubblici di Tokyo.

Fine della trama.

Hirayama non è un uomo felice, anche se molti lo hanno descritto così. Non è un uomo da invidiare per la sua routine e il suo minimalismo, come hanno detto Wenders (ospite a Che Tempo Che Fa) e Fabio Fazio.

Hirayama trascorre buona parte del suo tempo serenamente, pur essendo attraversato da tristezza, rimpianti, paura, rabbia.

Il viso di Kōji Yakusho è lo schermo su cui ammirare l’inconsistenza della felicità.

In casa mia ci sono stati sempre pochi soldi. Se volevo uscire o comprarmi qualcosa, dovevo farlo con i miei di soldi. Allora, mentre andavo alle superiori, mi sono messa a lavorare – sì, da minorenne. Il pomeriggio facevo la baby sitter e, quando tornavo a casa, verso le diciannove, andavo a pulire gli uffici nel mio palazzo con mia madre, e sì, pulivo pure i cessi. Poi, nel weekend, lavoravo tre ore il sabato e tre ore la domenica sera nella pizzeria d’asporto di un egiziano.

A diciannove anni sono andata a vivere a Londra per un po’, ho fatto la cameriera caposala in un ristorante di lusso (a turno si pulivano anche i cessi), e fu grazie a quel lavoro (grazie alle mance), che riuscii a mettere da parte i soldi per tornare a Milano e iscrivermi all’università (che non riuscii a finire perché dovevo fare due lavori per mantenermi, ma questa è un’altra storia).

Eppure, nonostante fossi senza speranze e non sapessi che fare nella vita e che farmene della vita stessa, la mattina mi alzavo comunque. C’era qualcosa che mi motivava.

Ricordo come fosse ieri quando a Londra, a novembre, non facendo in tempo a tornare a casa nel pomeriggio dopo il turno del pranzo, in attesa di riattaccare per quello della cena, me ne andavo a leggere da Starbucks Per chi suona la campana di Hemingway – quando non ero troppo stanca, altrimenti me ne andavo a dormire sulle panchine al parco come i barboni.

Ebbene, guardando Perfect Days ho rivisto quella mia stessa motivazione, che è la stessa per milioni di persone: la forza di un uomo che torna a casa dal lavoro distrutto ma che tutte le sere sceglie di leggere un libro, sempre, pur con la testa penzoloni. Un uomo che spende quei pochi soldi che ha per comprare libri e collezionare cassette, proprio come me, che quando a vent’anni lavoravo come commessa alla Feltrinelli in Duomo, a Milano, spendevo buona parte dello stipendio per comprare i dischi che amavo – i dipendenti avevano sconti da capogiro. Una rovina.

Già, la musica. Perché Perfect Days è anche musica, sprizza capolavori in ogni fotogramma, dall’immancabile Perfect Day di Lou Reed a Redondo Beach di Patti Smith, da The House of the Rising Sun dei The Animals a Feeling Good di Nina Simone.

È il suo essere intellettuale a tenere in piedi Hirayama, che non è un monaco ma un uomo pieno di attaccamenti, di quelli che sanno dare un motivo per non farsi fuori, sia durante l’adolescenza che una volta diventati adulti. Hirayama non è come il maestro Eihei Dōgen, fondatore della scuola Sōtō zen, il quale scriveva poesie bellissime, pur consapevole di dover abbandonare anche quella pratica per proseguire nel cammino buddhista di liberazione.

Hirayama no, Hirayama è un uomo che va anche al tempio, ma che ha scelto l’arte come Via: komorebi, quella luce che penetra tra le foglie degli alberi, e che lui immortala con la sua macchina fotografica. Foto che colleziona, che nessuno vedrà mai. Scatole e scatole d’istanti, di momenti che non torneranno e che rendono le sue pause pranzo nei giardini un momento sacro strabordante di bellezza, nonostante lo stesso misero panino, nonostante la stanchezza, nonostante la solitudine. Perché forse, la salvezza, sta nel trovare la propria personale pausa in una società ingiusta e deludente, creare il proprio momento in compagnia di Per chi suona la campana o, come Hirayama, con Le palme selvagge di William Faulkner, soprattutto quando non partecipare più al gioco del mondo e degli altri diventa una scelta.

Wenders sembra aver fatto sua la teoria del principio dell’iceberg di Hemingway. Hirayama ha una nipote che scappa da casa per andare a dormire da lui, e che una sera qualcuno viene a riprendere con una macchina di lusso dalla quale scende una donna – sorella di Hirayama – con guardia a seguito. Hirayama ha un collega, un ragazzo che pensa solo al denaro e alle ragazze. Forse Hirayama è anche innamorato di una donna che gestisce un locale dove ogni tanto va a cenare o a bere… Non sappiamo molto di più, come non sappiamo perché Hirayama sia finito a pulire i cessi o se abbia scelto di farlo, come un santo che compie trasformazioni radicali, e va bene così.

La gioia di Hirayama non sta soltanto nel non dimenticarsi di sorridere guardando il cielo azzurro. Perfect Days è un inno alla conoscenza, alla fame di sapere per il solo gusto di sapere. Perché puoi sorridere e andare a pulire i bagni soltanto se dentro di te c’è qualcosa che risplende, qualcosa che hai imparato e capito, qualcosa che si è chiarito, qualcosa che tu sai e che gli altri ancora non sanno, qualcosa che tu hai letto, visto, ascoltato.

Senza tutto questo, Hirayama non potrebbe essere sereno, non potrebbe essere nulla.

Hirayama è un uomo reso saggio dalla libertà e dal potere che deriva prima di tutto dalla sapienza.

 

 

Articolo tratto dalla rivista cultura le Pangea.news

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